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Canta e cammina   versione testuale

Disponibile il sussidio, predisposto dalla Commissione Liturgica Diocesana, per l'anno della Speranza.


La Chiesa, quando celebra, non distoglie il suo cuore dalle gioie e dalle speranze, dalle tristezze e dalle angosce degli uomini (cfr. GS 1), ma, al contempo, è tutta protesa verso una speranza più grande che essa già pregusta nei santisegni della liturgia. Radunati in assemblea per l’ascolto della Parola e la celebrazione dei misteri, i cristiani interrompono in certo qual modo il cammino quotidiano, con i suoi traguardi e le sue preoccupazioni, e si sporgono sul mistero di Dio rivelato in Gesù Cristo: in questo modo la loro testimonianza quotidiana avviene «nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,13).

È la rivelazione della gloria di Dio, il quale prepara nuovi cieli e una terra nuova (2 Pt 3, 13), a gettare un fascio di luce sempre inedito sul cammino ordinario dell’uomo e a dargli un orientamento; è la vita infinita di Dio, che entra nel frammento della vita dell’uomo, a renderla abitata dalla presenza salvifica del Signore; è la coscienza che qualcosa deve ancora accadere, dando così pieno compimento ad una storia fragile, a suscitare l’invocazione e ad aprire i cuori alle sorprese di Dio nel tempo e oltre il tempo. La speranza cristiana, allora, non è soltanto l’attesa di un bene futuro, non ancora goduto, ma l’anticipazione delle realtà promesse e donate dal Signore. La speranza cristiana, autentico orizzonte della celebrazione liturgica, è lo spazio entro il quale la comunità si apre all’agire di Dio oltre il limite di questo mondo.

La speranza, quindi, non può essere che primariamente celebrata ovvero “detta” attraverso la ricca e delicata mediazione del linguaggio rituale che prelude e non ingabbia, allude e non imprigiona e, soprattutto, fa
pregustare nel tempo ciò che dà pienezza di senso al tempo. Per tale ragione il genere dell’invocazione è quello che meglio di ogni altro riesce ad esprimerla: infatti si invoca Colui che già si conosce e si spera in Colui che è già salvezza della storia e risposta alla sete infinita dell’uomo di vita e di verità.

Nell’avanzare incessante della vita, il celebrare – il “cantare”, direbbe sant’Agostino – è anticipo di quell’Alleluia infinito che sarà la condizione permanente dei credenti: «qui nella speranza, lassù nel reale possesso». Ma è proprio questa speranza, “cantata” e “celebrata” nei santi segni della liturgia già in questa vita, a trasfigurare il nostro essere viandanti.