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Omelia in occasione delle esequie di don Giacinto Marchiol (25 gennaio 2018)   versione testuale

Cari sacerdoti e fedeli,

l’affetto e la riconoscenza che ci lega a don Giacinto Marchiol ci ha riuniti attorno al suo corpo mortale nel duomo di Gemona per accompagnarlo con la preghiera del suffragio cristiano verso l’incontro con il Signore che, come abbiamo ascoltato nel vangelo, è passato e lo ha chiamato a seguirlo oltre la morte verso la vita eterna.

 

Sempre nella parabola evangelica Gesù invita i suoi discepoli a vivere gli anni della loro esistenza terrena come dei servi fedeli che si dedicano ai vari compiti loro richiesti ma sempre pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese in attesa del momento in cui tornerà il loro padrone e busserà alla porta della loro casa.

 

Quanti sono stati amorevolmente vicini a don Giacinto, specialmente nell’ultimo tratto della sua vita, sanno che era preparato all’incontro con il suo Signore. Il declino delle forze dovuto alla tarda età lo aveva messo nella prospettiva che il suo tempo si faceva breve e si era predisposto al passo misterioso della morte con sereno abbandono, sostenuto dalla profonda fede che aveva ricevuto fin da piccolo e aveva coltivato lungo gli anni di ministero sacerdotale. Aspettava la visita di Gesù risorto con la lampada della preghiera accesa e nutrito, fino alla fine, dai sacramenti degli infermi.

 

Questa testimonianza di fede e di speranza cristiana che don Giacinto ci lascia è per tutti noi motivo di conforto e ci spinge a pregare con convinzione per lui in questo momento, raccomandandolo alla misericordia di Dio Padre perché lo accolga tra i servi fedeli. Don Giacinto trovi che è preparato anche  il suo posto al banchetto della Comunione dei Santi nel quale Gesù stesso passa per servire coloro che gli sono stati servi fedeli nel tempo del pellegrinaggio.

 

Don Giacinto porta davanti a Dio i frutti dei ricchi talenti che aveva ricevuto dal suo Creatore e che ha saputo investire con fedeltà e generosità per un lungo tratto di strada durato quasi 96 anni di cui ben 70 messi a speciale servizio di Cristo e della chiesa nel ministero sacerdotale.

 

È stato veramente vasto il campo di Dio nel quale don Giacinto  ha consumato tutte le sue energie finché le forze glielo hanno permesso. Dopo i primi anni di cooperatore parrocchiale a Mersino si è recato in Canada e negli Stati Uniti per un servizio missionario. Acquisite le necessarie competenze all’Università Lateranense, per molti anni si è dedicato all’insegnamento, in particolare  della filosofia, nell’Istituto dei Missionari della Consolata e, successivamente, nella scuola delle suore francescane di Gemona. Qui, accanto alla seria preparazione, ha mostrato anche passione pedagogica verso le nuove generazione e si è dedicato a  formare le loro menti ad affrontare la vita con una solida preparazione culturale e morale. Accanto all’insegnamento ha coltivato anche l’impegno pastorale diretto di parroco di Sant’Elena di Montenars. Concluso questo incarico ha continuato il suo fedele ministero sacerdotale in collaborazione con i parroci e gli altri sacerdoti di Gemona.

 

Credo non sia stato facile per don Giacinto cambiare, lungo gli anni, tanti luoghi di ministero e inserirsi con impegno e disponibilità di cuore in situazioni così varie. Ci rivela, prima di tutto, una tempra di carattere forte che sapeva rimanere stabile e affrontare con coraggio le inevitabili difficoltà e gli imprevisti che ogni cambiamento porta con sé. Ma una forza più grande gli veniva sicuramente dalla sua fede nel Signore Gesù coltivata dentro una costante e fedele vita spirituale. La fede è come una roccia che sostiene il discepolo di Gesù anche quando viene investito dai venti e dalle bufere delle prove della vita. Un ultimo punto di forza per don Giacinto è stata la volontà di restare sempre fedele al ministero che aveva ricevuto con l’ordinazione sacerdotale. Si sentiva servo di Dio e della Chiesa e il servo va dove viene inviato senza programmi suoi se non quello di compiere la volontà del suo Signore mettendosi a servizio dei fratelli che di volta in volta gli sono stati affidati.

 

Ora don Giacinto è giunto al termine del lungo cammino e porta con sé tante esperienze vissute, persone incontrare e amate e frutti di bene distribuiti a chi ne aveva bisogno e si rivolgeva a lui.

 

Porta anche questa nostra preghiera di suffragio con la quale chiediamo per lui la grazia che san Paolo prometteva ai cristiani di Filippi: “Aspettiamo come Salvatore il nostro Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”. Dopo un duro lavoro nella vigna del Signore durato così tanti anni anche il corpo di don Giacinto era ormai consumato. Il Signore Gesù, dopo averlo purificato dalla debolezze umane, lo unisca a sé e al suo corpo glorioso nella nuova creazione.