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Catechesi in occasione del quarto dei «Quaresimali d'arte» (26 marzo 2017)   versione testuale

In questa quarta e ultima delle catechesi quaresimali, dedicate al mistero della Chiesa, riflettiamo sulla sua natura più profonda: la comunione. Come titolo, infatti, abbiamo scelto: «La Chiesa, miracolo permanente di comunione». 

 

Parliamo di “miracolo” perché la comunione è un’impresa molto difficile per le sole forze umane, anche quando dobbiamo viverla tra poche persone: in un famiglia, tra amici o colleghi di lavoro. Tutti ne facciamo esperienza. Cosa pensare, allora, della Chiesa che, pur essendo formata da oltre un miliardo di membri diffusi in tutti contenenti, di razze e cultura e diverse, non si è dispersa lungo duemila anni di storia? Possiamo pensare solo ad un miracolo che viene da Dio e non dagli uomini. Anzi, noi uomini abbiamo, piuttosto, portato attentati all’unità della Chiesa, come sono stati i grandi scismi ed eresie; o piccole ferite a cui ognuno di noi spesso contribuisce. Nonostante anche queste debolezze umane, la Chiesa non è morta, ma continua a vivere e rigenerarsi in mezzo agli uomini di epoca in epoca. 

 

Questa straordinaria storia della Chiesa testimonia che essa non è impresa umana, ma è la grande opera di Gesù Cristo che ha offerto agli uomini dispersi la possibilità di unirsi in una grande comunità dove ci si sente in comunione profonda come tra fratelli e sorelle uniti non per legami di sangue e di parentela, ma perché tutti abbiamo: «Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

 

La grande e appassionata preghiera che Gesù ha rivolto a Dio, suo Padre, prima di avviarsi verso il Getsemani e verso la sua passione, ha avuto solo questo argomento: «Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv 17,21-23). 

 

Gesù non solo ha pregato, ma ha creato l’unità accettando che il suo corpo fosse inchiodato su una croce e il suo cuore fosse squarciato per accogliere tra le sue braccia e nella ferita del suo Sacro Cuore tutti gli uomini che, con fede e pentiti dei loro peccati si affidavano a lui. Come abbiamo sentito da S. Paolo nella lettera agli Efesini, egli ha è il Figlio di Dio che ha sacrificato il corpo ricevuto dalla Madre immacolata: «Per riconciliare i vicini e i lontani con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia». L’apostolo dice di più; tutti coloro che si sono liberati dall’inimicizia e si sono affidati a Gesù nel battesimo, sono talmente uniti con il Signore crocifisso e tra loro da formare un corpo solo. Questo corpo di Cristo è la Chiesa che è formata da tante membra quanti sono i cristiani; tante membra ma tenute unite da Gesù e dall’amore che Gesù mette nel cuore della Chiesa e di ogni cristiano con il suo Santo Spirito.

 

Non possiamo nasconderci che la Chiesa è anche un corpo ferito a causa dell’inimicizia e del peccato che ancora intacca il cuore dei sui membri. Ma per quanto ferito, il corpo di Cristo che è la Chiesa ritrova sempre la strada per guarire e rinnovare la comunione. A volte la strada della guarigione è faticosa e chiede tempi lunghi. Pensiamo all’impegno ecumenico che cerca di ricucire le gravi ferite create nella Chiesa prima dallo scisma d’Oriente che ha diviso le Chiese ortodosse dalla Chiesa cattolica e poi dalle divisioni in occidente con la Chiesa anglicana e successivamente con le comunità protestanti. Però vediamo che nella Chiesa rinasce sempre il desiderio di ricostituire l’unità nella comunione: è il desiderio che sta più a fondo del suo cuore perché lo ha messo Gesù con la sua preghiera al termine dell’Ultima Cena. Ognuno di noi può dare il suo contributo facendosi artefice di unità. Può essere questo il messaggio che ci lasciamo al termine delle nostre catechesi quaresimali.